Jung e l’Alchimia

Estratto da un testo redatto da Dott. Alberto Barozzi in data 1 ottobre 2015

. Indice.

1. Che cos’è l’alchimia.

2. Incontro di Jung con l’Alchimia.

3. La natura psichica dell’opera alchimistica.

4.Una storia alchemica di un paziente di oggi.

5. Conclusioni.

. Bibliografia.

1. Cosa è l’Alchimia?

Prendendo una definizione ricavata dal vocabolario Treccani.it, alla voce Alchimia si legge:

“Arte, nata nell’ambiente ellenistico dell’Egitto nel 1° sec. d. C., che si proponeva la manipolazione e trasformazione dei metalli, e in particolare la loro possibile trasmutazione in oro o in rimedi per il prolungamento della vita. Dall’alchimia, coltivata durante tutto il medioevo e l’inizio dell’età moderna, fino al sec. 17°, ha avuto gradualmente sviluppo la chimica” (Treccani.it).

Nell’enciclopedia si chiarifica:

“Alchimia.Complesso di teorie e tecniche che assumevano la loro ispirazione dalle pratiche tendenti a ottenere la trasmutazione dei metalli vili in oro, la pietra filosofale, l’elisir di lunga vita. Il termine deriva dall’arabo kīmiyā’, uno dei nomi del reagente per la trasformazione dei metalli, detto in Occidente lapis philosophorumo pietra filosofale. In seguito ha assunto anche il significato di arte di trasformare utilmente le sostanze naturali. […] Gli storici della scienza hanno dapprima insistito sul rapporto fra alchimia e chimica (ora proponendo una concezione dell’alchimia come preistoria della chimica, ora indicando nell’alchimia una sorta di sacralizzazione di precedenti tecniche artigianali). In seguito si è insistito sui più complessi significati dell’alchimia nell’orizzonte delle varie culture e della loro storia; in particolare ne sono state messe in luce, insieme ai presupposti tecnici e pratici, le implicazioni di carattere religioso e metafisico. Per C.G. Jung, che ha affrontato il problema dell’alchimia in chiave di psicologia analitica, l’alchimia simbolizza, nei vari stadi dei suoi procedimenti, l’evoluzione collettiva e individuale attraverso il processo di individuazione e la ricerca del Selbst: il linguaggio alchemico e le sue immagini vengono quindi interpretati sulla base degli archetipi collettivi” (Treccani.it).

Già sulla base di queste definizioni appare evidente come questa materia si ponga con aspetti che vanno ben oltre all’evidenza. C’è un aspetto proto-chimico e proto-fisico in primo piano che cela un processo di raffinazione psichico-spirituale.
Dal punto di vista psicologico, Von Franz, così spiegava il processo attraverso il quale gli alchimisti si approcciavano alla loro opera:

“La situazione degli alchimisti era completamente diversa. Essi credevano di stare studiando fenomeni sconosciuti della materia, osservavano quello che accadeva, ma senza un piano ben definito. Avevano dinnanzi a sé un pezzo di qualche materia; ma, non sapendo cos’era, facevano delle congetture, che naturalmente erano delle proiezioni inconscie, non influenzate da nessuna tradizione e intenzione precisa. Nell’alchimia le proiezioni venivano fatte in modo ingenuo e non programmato, e non venivano minimamente corrette” (M.L.Von Franz, Alchimia, p.15).

La posizione della Von Franz riassume le modalità che verosimilmente gli alchimisti adottavano nelle loro sperimentazioni e che costituivano un terreno fertile per le loro proiezioni. Le opere alchemiche pertanto sono estremamente interessanti dal punto di vista della psicologia del profondo, in quanto mettono in luce una grande quantità di materiale inconscio che è presente nella nostra psiche.

“Questo parallelismo fra vita umana e quella dei metalli è originato dal principio magico che tutte le cose sono fatte a modello dell’uomo e spiega chiaramente come non possa esserci un’opera alchemica che si svolga al di fuori dell’uomo. Mentre l’alchimista cercava di trasmutare la materia in realtà stava trasmutando sé stesso” (Fabj, Alchimia dell’Immagine, p.47).

2. Incontro di Jung con l’Alchimia.

L’incontro con l’Alchimia arriva dopo un lungo periodo di ritiro, infatti a seguito della separazione con Freud del 1913, Jung comincia un lungo ritiro e ricerca dentro di sé, un “auto-esperimento” alla ricerca di figure del suo inconscio. Questo grande lavoro sarà annotato sui cosiddetti libri neri, poi rielaborato sul libro Rosso che contiene questo materiale redatto appunto dal 1913 al 1929. Nel 1928, a seguito di un episodio sincronico, Jung riceve il libro Taoista “Il segreto del fiore d’oro”, un trattato alchemico Taoista. Questo evento porta Jung ad uscire dal suo isolamento e a confrontarsi col traduttore ricercatore Richard Wilhelm. Questa inversione di tendenza lo porta a ricercare in tutta Europa testi Alchemici e comincia così un lungo lavoro di traduzione ed interpretazione. (C. G. Jung, vol.13, p.17).

“Solo dopo aver letto il fiore d’oro –quell’esemplare di alchimia cinese che Richard Wilhelm mi mandò nel 1928 – cominciai a intendere la natura dell’alchimia. […] ricevetti il primo di essi, Artis Auriferae Volumina Duo (1593), una vasta raccolta di trattati latini, tra i quali un certo numero di classici dell’alchimia. Lasciai questo libro da parte, senza toccarlo, per circa due anni. Di tanto in tanto davo un’occhiata alle figure, e ogni volta pensavo: Signore Iddio, che assurdità! Non se ne capisce nulla!” […] Alla fine mi resi conto che si trattava di simboli di mia vecchia conoscenza ” (Ricordi, sogni, riflessioni. Jaffè, p.249).

“La geniale intuizione di Jung fu che l’immaginario alchemico poteva rappresentare un parallelo storico della scoperta dell’inconscio e dei suoi processi nonché una ‘tecnica’ di introspezione interiore che concordava con le sue concezioni psicologiche da lui definite ‘Psicologia Analitica’ ” (Fabj, Alchimia dell’Immagine, p.47).

Infatti come scriveva Jung:

“Notai ben presto che la psicologia analitica concordava stranamente con l’alchimia. Le esperienze degli alchimisti erano, in un certo senso, le mie esperienze, e il loro mondo era il mio mondo. Naturalmente questa fu per me una scoperta importante: avevo trovato l’equivalente storico della mia psicologia dell’inconscio. Ora essa aveva un fondamento storico. […] Grazie allo studio di quei vecchi testi, tutto trovò il suo posto: il mondo simbolico delle fantasie, il materiale sperimentale raccolto durante la mia attività professionale, e le conclusioni che ne avevo tratte” (Ricordi, sogni, riflessioni. Jaffè, p.250).

Questo fondamento fu per Jung il coronamento della sua Psicologia Analitica e rappresentò il terreno su cui si mosse con grande interesse per moltissimi anni, dal 1929 sino quasi alla sua morte. Nel volume 13 dell’opera infatti, si possono trovare scritti e amplificazioni sino al 1957.

3. La natura psichica dell’opera alchimistica.

Nel volume 12 dell’opera, Jung descrive in maniera esaustiva la natura dell’opera alchimistica. Il primo aspetto preso in esame è quello della proiezioni. Infatti è solo grazie al nostro funzionamento normale, e quindi grazie alla proiezione, che facciamo esperienza del mondo.

“Così, all’alchimista era ignota la vera natura della materia. Egli la conosceva soltanto per allusioni. Tentando di indagarla, egli proiettava sull’oscurità della materia, per illuminarla l’inconscio. Per spiegare il segreto della materia, proiettava un altro mistero, e precisamente il proprio retroscena psichico sconosciuto, su ciò che doveva essere spiegato. […] Questo non era, beninteso, un metodo intenzionale, ma un accadimento involontario. Una ‘proiezione’, a rigore, non viene mai fatta: ‘avviene’, in essa ci si imbatte” (Jung, vol.12, p.242).

Ritengo si possa chiarire questo funzionamento, attualizzandolo, prendendo in considerazione un famoso test proiettivo come il Rorshach. Nel Rorshach il paziente proietta i propri contenuti sulle tavole e riferisce ciò che vede all’esaminatore. Non dovendo ‘spiegare’ ma dovendo cercare qualcosa a lui noto, proietta contenuti per lo più provenienti dal proprio inconscio personale. L’alchimista partiva da una consegna diversa, infatti egli voleva la conoscenza dei fenomeni. Egli si poneva il compito di esplorare, di spiegare qualcosa di sconosciuto, proiettava, quindi inconsapevolmente, immagini spesso più profonde, che potremmo oggi dire, tratte dall’inconscio collettivo. Per questo motivo l’opus alchemico, disegna la struttura e il quadro dei processi psichici che caratterizzano gli esseri umani di tutte le epoche.

“[…] sembra dunque che, per l’autore (si riferisce all’autore anonimo del Rosarium Philosuforum) il segreto essenziale dell’arte sia nascosto nella mente, nello spirito umano; si trovi dunque, per esprimerci in termini moderni, nell’inconscio” (Jung, vol.12, p.253, corsivo tra parentesi, mio).

4. Una storia alchemica di un paziente di oggi.

[…]

5. Conclusioni.

Questa scritto divulgativo non ha la pretesa di essere un trattato esteso su Jung e l’alchimia ma semplicemente una auto-guida per ulteriori approfondimenti. La vastità e l’importanza dell’argomento merita grandi energie e dispiegamento di tempo. Jung riteneva l’alchimia una chiave di lettura formidabile del funzionamento psichico e l’esperienza personale e professionale non fa altro che confermare tale tesi.

Bibliografia.

FABJ L.V., (2009), “Alchimia dell’Immagine”, Paolo Persiani Editore, Bologna.

JAFFE’ A., (1961), “Ricordi, sogni, riflessioni”, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano.

JUNG C.G. (1976), “OPERE, Volume 12”, “Psicologia e alchimia”, Bollati Boringhieri, Torino.

JUNG C.G. (1976), “OPERE, Volume 13”, “Studi sull’alchimia”, Bollati Boringhieri, Torino.

JUNG C.G. (1981), “OPERE, Volume 16”, “La psicologia della traslazione illustrata con l’ausilio di una serie di immagini alchemiche” (1946), Bollati Boringhieri, Torino.

Treccani, La cultura Italiana, www.treccani.it

VON FRANZ M.L., (1980), “Alchimia”, Bollati Boringhieri, Torino.